Buona fede e correttezza nel rapporto di lavoro

I principi di correttezza e buona fede, posti dagli artt. 1175 e 1375 cod. civ., che devono presiedere all’esecuzione del contratto, assumono rilevanza sia sotto il profilo del comportamento dovuto in relazione a specifici obblighi di prestazione sia sotto quello delle modalità di generico comportamento delle parti ai fini della concreta realizzazione delle rispettive posizioni di diritti e obblighi (Cass. sez. lav., 13 maggio 2004 n. 9141).

In particolare il principio di correttezza e buona fede “si esplica nell’imporre, a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge”.

Tale principio, “oltre a costituire uno dei cardini della disciplina legale delle obbligazioni, forma oggetto di un vero e proprio dovere giuridico, che viene violato non solo nel caso in cui una delle parti abbia agito con il proposito doloso di recare pregiudizio all’altra, ma anche qualora il comportamento da essa tenuto non sia stato, comunque, improntato alla diligente correttezza” (Cass. 16. Ottobre 2002, n. 14726)

Il lavoratore, perciò, deve “comunque astenersi da comportamenti che possano ledere l’interesse del datore di lavoro alla corretta esecuzione della prestazione lavorativa dedotta in contratto” – ad esempio, compromettendo, durante le ferie, il recupero delle normali energie psico-fisiche – (Cass. 25 gennaio 2011, n. 1699).

Maria Novella Bettini

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